Dizionario ragionato per una salutare frustata all’economia
Il Foglio ha scritto un dizionarietto sulle misure potenziali pro crescita. Iniziamo con le “privatizzazioni possibili in Italia” e le “privatizzazioni in corso all’estero”. Privatizzazioni, ciò che si può fare in Italia Quanto potrebbe fruttare in Italia un piano di privatizzazioni? Partiamo dal patrimonio immobiliare pubblico. Il Tesoro ha fornito la valutazione più pessimistica: 203 miliardi di euro, oltre la metà dei quali in mano a regioni ed enti territoriali. Leggi Dizionario ragionato per una salutare frustata all’economia /2
11 AGO 20

Il Foglio ha scritto un dizionarietto sulle misure potenziali pro crescita. Iniziamo con le “privatizzazioni possibili in Italia” e le “privatizzazioni in corso all’estero”. Domani, le “liberalizzazioni in Italia” e il “costo degli ordini”.
Privatizzazioni, ciò che si può fare in Italia
Quanto potrebbe fruttare in Italia un piano di privatizzazioni? Partiamo dal patrimonio immobiliare pubblico. Il Tesoro ha fornito la valutazione più pessimistica: 203 miliardi di euro, oltre la metà dei quali in mano a regioni ed enti territoriali. Sostanzialmente coincide con quella dell’istituto Scenari immobiliari, che ad aprile 2010 ha fissato l’asticella a 205 miliardi. Emilio Barucci e Federico Pierobon, in un saggio pubblicato dal Mulino, hanno parlato di un valore nominale di 194 miliardi di euro, che però a mercato potrebbe agevolmente raddoppiare. Si arriva così attorno ai 400 miliardi stimati da Edoardo Reviglio, capo ufficio studi della Cassa depositi e prestiti, e ripresi dall’Istituto Bruno Leoni e dalla Fondazione Magna Carta. Il problema, come ha detto mesi fa il direttore dell’Agenzia del demanio, Maurizio Prato, è che “lo stato, a oggi, non sa esattamente di che cosa è proprietario”.
Poi ci sono le partecipazioni azionarie, anch’esse divise tra stato ed enti territoriali. I pacchetti detenuti dal Tesoro o dalla Cdp nelle principali imprese quotate a controllo pubblico – Enel, Eni, Terna e Finmeccanica – si aggirano attorno ai 40 miliardi di euro. Poi ci sono le grandi non quotate: Fintecna, Ferrovie dello stato, Poste italiane e la Rai. Dal 50 per cento di Fincantieri, Fintecna si aspetta mezzo miliardo, mentre Poste italiane è valutabile in 6-7 miliardi di euro e la Rai, secondo Libertiamo, 3-4 miliardi. Le innumerevoli società più piccole lasciano intravvedere sia spazi di razionalizzazione delle spese, sia la possibilità di estrarre valore. Le maggiori municipalizzate – come Acea, Iren, A2A ed Hera – rappresentano solo una parte di una galassia ben più vasta che, secondo la Fondazione Mattei, produce attivi per 86 miliardi di euro. A cui va aggiunta la platea ancora più vasta di piccole società municipalizzate o gestioni in house strutturalmente in perdita che, se adeguatamente ristrutturate, potrebbero far emergere valore. Date le incertezze, la diversità e la frammentazione di tali beni mobiliari e immobiliari è davvero complesso esprimere una stima complessiva. Ci ha provato Kpmg, trovando un risultato condiviso dal sociologo Luca Ricolfi: 1.754 miliardi di euro, circa 100 in meno del totale dello stock del debito pubblico. Da notare, spiegano gli analisti, che le privatizzazioni potrebbero produrre anche un doppio utile indiretto per il Tesoro: la gestione di molti beni è in perdita, per cui il loro abbandono farebbe cessare voci di spesa. Inoltre, al di là delle risorse immediatamente (o quasi) realizzabili, l’uscita di scena dallo stato promette di rendere più vivaci i mercati, con un importante effetto pro crescita e quindi maggiore gettito fiscale.
Privatizzazioni, ciò che succede all’estero
190 miliardi di euro: sarebbe questo il totale degli incassi derivanti nel 2010 dalla vendita di asset pubblici in tutto il mondo. Dopo il record di privatizzazioni del 2009, il 2010 non è dunque da meno, secondo le stime preliminari anticipate al Foglio dalla società di consulenza Kpmg: “La maggior parte di questi ricavi è dovuta alla cessione delle quote delle banche recentemente salvate nei paesi occidentali – spiega Alessandro Carpinella, partner di Kpmg – poi c’è anche un processo imponente di privatizzazioni in corso nei paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina), processo attraverso il quale questi paesi contano di aprirsi ai mercati internazionali”. Infine, “nelle economie mature ormai da mesi si è avviato un significativo ciclo di privatizzazioni incentivato dalla volontà di ridurre il debito pubblico”. Mentre in Italia si discute in queste settimane di un’imposta patrimoniale straordinaria per alleviare il fardello dell’indebitamento, in altri paesi europei si è scelto dunque di percorrere una strada alternativa: “In Spagna c’è la situazione di partenza più simile alla nostra, con numerose partecipazioni pubbliche a livello locale e nazionale”, nota Carpinella. Ora però Madrid “sta privatizzando le ultime quote in suo possesso della compagnia di bandiera Iberia, oltre ad Aena, società di gestione di 47 aeroporti nazionali, senza contare la dismissione definitiva dei grandi pezzi di stato presenti nelle società della rete elettrica (Red Eléctrica de España) e in Ebro Foods. A livello locale, è prevista anche una forma di privatizzazione e razionalizzazione delle casse di risparmio”. Il 2011, anche nel Regno Unito, dovrebbe segnare una svolta per uno dei pochi grandi asset rimasti nelle mani pubbliche, le poste. Il governo a guida liberal-conservatrice ha annunciato di voler cedere il 90 per cento di Royal Mail, lasciando il restante 10 per cento ai dipendenti. Valore stimato: 700 milioni di sterline. Anche la virtuosa Germania, nel suo piano di politica fiscale del 2010, ha annunciato un “graduale processo di privatizzazione” che possa interessare le ferrovie (Deutsche Bahn).
Quanto potrebbe fruttare in Italia un piano di privatizzazioni? Partiamo dal patrimonio immobiliare pubblico. Il Tesoro ha fornito la valutazione più pessimistica: 203 miliardi di euro, oltre la metà dei quali in mano a regioni ed enti territoriali. Sostanzialmente coincide con quella dell’istituto Scenari immobiliari, che ad aprile 2010 ha fissato l’asticella a 205 miliardi. Emilio Barucci e Federico Pierobon, in un saggio pubblicato dal Mulino, hanno parlato di un valore nominale di 194 miliardi di euro, che però a mercato potrebbe agevolmente raddoppiare. Si arriva così attorno ai 400 miliardi stimati da Edoardo Reviglio, capo ufficio studi della Cassa depositi e prestiti, e ripresi dall’Istituto Bruno Leoni e dalla Fondazione Magna Carta. Il problema, come ha detto mesi fa il direttore dell’Agenzia del demanio, Maurizio Prato, è che “lo stato, a oggi, non sa esattamente di che cosa è proprietario”.
Poi ci sono le partecipazioni azionarie, anch’esse divise tra stato ed enti territoriali. I pacchetti detenuti dal Tesoro o dalla Cdp nelle principali imprese quotate a controllo pubblico – Enel, Eni, Terna e Finmeccanica – si aggirano attorno ai 40 miliardi di euro. Poi ci sono le grandi non quotate: Fintecna, Ferrovie dello stato, Poste italiane e la Rai. Dal 50 per cento di Fincantieri, Fintecna si aspetta mezzo miliardo, mentre Poste italiane è valutabile in 6-7 miliardi di euro e la Rai, secondo Libertiamo, 3-4 miliardi. Le innumerevoli società più piccole lasciano intravvedere sia spazi di razionalizzazione delle spese, sia la possibilità di estrarre valore. Le maggiori municipalizzate – come Acea, Iren, A2A ed Hera – rappresentano solo una parte di una galassia ben più vasta che, secondo la Fondazione Mattei, produce attivi per 86 miliardi di euro. A cui va aggiunta la platea ancora più vasta di piccole società municipalizzate o gestioni in house strutturalmente in perdita che, se adeguatamente ristrutturate, potrebbero far emergere valore. Date le incertezze, la diversità e la frammentazione di tali beni mobiliari e immobiliari è davvero complesso esprimere una stima complessiva. Ci ha provato Kpmg, trovando un risultato condiviso dal sociologo Luca Ricolfi: 1.754 miliardi di euro, circa 100 in meno del totale dello stock del debito pubblico. Da notare, spiegano gli analisti, che le privatizzazioni potrebbero produrre anche un doppio utile indiretto per il Tesoro: la gestione di molti beni è in perdita, per cui il loro abbandono farebbe cessare voci di spesa. Inoltre, al di là delle risorse immediatamente (o quasi) realizzabili, l’uscita di scena dallo stato promette di rendere più vivaci i mercati, con un importante effetto pro crescita e quindi maggiore gettito fiscale.
Privatizzazioni, ciò che succede all’estero
190 miliardi di euro: sarebbe questo il totale degli incassi derivanti nel 2010 dalla vendita di asset pubblici in tutto il mondo. Dopo il record di privatizzazioni del 2009, il 2010 non è dunque da meno, secondo le stime preliminari anticipate al Foglio dalla società di consulenza Kpmg: “La maggior parte di questi ricavi è dovuta alla cessione delle quote delle banche recentemente salvate nei paesi occidentali – spiega Alessandro Carpinella, partner di Kpmg – poi c’è anche un processo imponente di privatizzazioni in corso nei paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina), processo attraverso il quale questi paesi contano di aprirsi ai mercati internazionali”. Infine, “nelle economie mature ormai da mesi si è avviato un significativo ciclo di privatizzazioni incentivato dalla volontà di ridurre il debito pubblico”. Mentre in Italia si discute in queste settimane di un’imposta patrimoniale straordinaria per alleviare il fardello dell’indebitamento, in altri paesi europei si è scelto dunque di percorrere una strada alternativa: “In Spagna c’è la situazione di partenza più simile alla nostra, con numerose partecipazioni pubbliche a livello locale e nazionale”, nota Carpinella. Ora però Madrid “sta privatizzando le ultime quote in suo possesso della compagnia di bandiera Iberia, oltre ad Aena, società di gestione di 47 aeroporti nazionali, senza contare la dismissione definitiva dei grandi pezzi di stato presenti nelle società della rete elettrica (Red Eléctrica de España) e in Ebro Foods. A livello locale, è prevista anche una forma di privatizzazione e razionalizzazione delle casse di risparmio”. Il 2011, anche nel Regno Unito, dovrebbe segnare una svolta per uno dei pochi grandi asset rimasti nelle mani pubbliche, le poste. Il governo a guida liberal-conservatrice ha annunciato di voler cedere il 90 per cento di Royal Mail, lasciando il restante 10 per cento ai dipendenti. Valore stimato: 700 milioni di sterline. Anche la virtuosa Germania, nel suo piano di politica fiscale del 2010, ha annunciato un “graduale processo di privatizzazione” che possa interessare le ferrovie (Deutsche Bahn).